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EDUCAZIONE INCIDENTALE. POESIA E PEER EDUCATION.

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Serendipità è ciò che avviene quando si trova una strada mentre se ne cercava un’altra.
Educazione incidentale è la declinazione pedagogica di questo concetto.
Ovvero, sfruttare eventi che avvengono e si presentano spontaneamente, senza che vengano cercati e che divengono trampolini di lancio per ricerche, studi, osservazioni e lezioni.
Che altro non è quello che avviene nella vita.
Alzi la mano chi procede nella propria vita per programmazioni e riesce ad uscirne vittorioso, chi affronta la propria esistenza per unità o per argomenti divisi in compartimenti stagni.
La vita E’ un processo continuo di educazione incidentale.

A serendipità convivono bambini di diverse età, in un ventaglio compreso dai 3 ai 9 anni.
Tutti assieme, senza distinzioni.
Ogni fascia ha il suo spazio specifico, con risposte nell’ambiente e nei materiali in grado di rispondere ai bisogni specifici di ciascuna fase di sviluppo psico-fisico infantile, ma poi il movimento di ciascuno è fluido e libero.

I bambini non creano gerarchie, nè differenze.
Non esiste il bullismo da noi, nè l’esclusione, nè l’isolamento sociale.
Le relazioni sono dinamiche e i comportamenti pro-sociali seguono un andamento di crescita esponenziale giorno dopo giorno.

E’ dall’inizio dell’anno che i bambini più grandi tengono abitualmente lezioni per i più piccoli, ma da qualche giorno è stata ufficialmente aperta la prima elementare.
Una bambini di 7 anni in assemblea ne ha annunciato l’apertura ;”da oggi aprirà ufficialmente la prima elementare, siete tutti invitati!”.
Hanno risposto all’appello in parecchi, dai piccoli di 3 in su.
I bambini hanno organizzato le discipline da insegnare e i rispettivi maestri, hanno costruito quaderni per tutti e provveduto a creare un registro.
Tempo un’ora e la prima elementare è iniziata, il modulo di iscrizione non è necessario in questa scuola nella scuola, neanche l’iscrizione digitale al miur, basta alzare la mano.
Le maestre hanno deciso di iniziare con una lezione di italiano.
I bambini si sono seduti sui banchi, è stato fatto l’appello ed è iniziata la proposta. Dinamica, coinvolgente e calata su ciascun bambino. Ad ognuno è stata proposta un’attività tenendo conto dell’età e del livello di competenze personali. Poi sono stati preparati eserciziari a mano dalle maestre per allenarsi che tenessero conto dell’aspetto ludico e stimolante.
In due ore i bambini sono riusciti in maniera del tutto autonoma e non guidata a dare un ottimo esempio di cosa significhi lavorare sulla zona di sviluppo prossimale, di cosa si intenda per peer education e cooperative learning.
Il risultato? Coinvolgimento, concentrazione, silenzio, serenità e il giorno dopo tutti sono tornati pregando di rifare subito lezione.
Il più bel risultato che una scuola può ottenere è quello di essere amata e i bambini in questo sono degli ottimi maestri su come fare.

Educazione incidentale è anche cogliere le occasioni che si presentano nel mondo e portarle nella scuola.
Come scrivere ad un poeta che si stima tantissimo e sarà ospite nella propria città per proporgli di vivere una giornata con noi e sentirsi rispondere :”certo!”.
Il poeta in questione è Franco Arminio e i bambini già lo conoscevano per via di un suo libro di poesie per l’infanzia che era presente a scuola.
Educazione incidentale è decidere di scrivere un libro di poesie in suo onore e trascorrere così una mattinata intera con musica jazz in sottofondo.
Educazione incidentale è trovarselo in assemblea muto.
Ma come un poeta muto?!
E cercare un modo per farlo parlare, provando ad interpretare il suo ricco silenzio.
Liberata la voce, il poeta dona una storia ai bambini e i bambini una a lui.
Lui racconta recitando Barbablu e noi recitiamo raccontando Sorcetto e Salsiccia, una fiaba marchigiana.

Franco fa il poeta, il paesologo ma anche il maestro, passa tutta la giornata con noi e dice che ogni scuola dovrebbe esser così.
Lo portiamo da Domenica, la nostra vicina ed educazione incidentale è piantare basilico con lei che ci insegna un trucco abruzzese per farlo al meglio .
Educazione incidentale è trovare uno scorpione e scoprire che Salif, il maestro che viene dal Mali, sa come prenderlo senza farsi pungere. Conosce il linguaggio segreto degli scorpioni, del coraggio, della tolleranza e dell’amore. E ci parla della sua terra e degli scorpioni grandi come gatti.

Questa è educazione incidentale.
Questa è una giornata qualunque a Serendipità.
Questo è quello che fanno i bambini.
Questo è il nostro modo per trasmettere loro fiducia, bellezza, poesia e libertà.

 

 

 

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DI API SI VIVE

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Da mesi non pubblichiamo nulla.
Ma una buona scusa ce l’abbiamo.
Sembra che stia accadendo qualcosa di nuovo, qualcosa che ha a che fare con aspetti rivoluzionari.
Ovunque stanno sorgendo nuove scuole, molti genitori si interrogano sulle scelte educative da intraprendere per i propri figli, alcuni insegnanti fuggono dalla scuola e ne aprono altre dove il sistema non fagocita l’esistenza, in alcune scuole avvengono invece dei piccoli miracoli e tutte le maestre si mettono in discussione e decidono di cambiare rotta.
Questo sta avvenendo in tutta Italia.
La stiamo girando in lungo e in largo.
Tra incontri con gruppi nascenti, lezioni universitarie, collaborazioni importanti, progetti di ricerca e seminari.
Non amiamo farci propaganda, anzi di solito nascondiamo i nostri piccoli traguardi e successi, nascondendoci dietro la critica a questa nostra società dell’immagine, autoreferenziale e come disse il caro M.B., dove il motto è ” ciascuno esiste solo se postato”.
Però crediamo anche nella condivisione e se non scriviamo è perchè viaggiamo, lavoriamo ai progetti dei bambini, studiamo e incontriamo nuove splendide persone con le quali confrontarci, scambiare consigli e strategie per raggiungere in maniere a volte estremamente diverse lo stesso fine: il rispetto del bambino e il suo armonico sviluppo psico-fisico.

Intanto Serendipità procede a vele spiegate.
Eravate rimasti ai glitter, alle pallottole.
Nel frattempo sono successe molte cose. Il progetto della ricerca storica sul campo ( e intendo proprio gli scavi) è andato avanti, i bambini hanno costruito dei giochi matematici, li hanno venduti e con il ricavato hanno comprato un metal detector. Stanno trovando valanghe di reperti nel campo, alcuni davvero risalenti alla guerra, altri abbiamo proceduto ad inviarli in analisi alla Nasa….
Abbiamo festeggiato il compleanno di Maria, la vecchia signora che aveva raccontato loro della guerra vissuta da bambina.
Siamo stati gli unici a festeggiare il suo compleanno, neanche una chiamata da un parente, abbandonata, esiliata dalla vita.
E’ stato un momento emozionante, i bambini avevano preparato torta e budino alle violette e margherite.
Maria piangeva, anche l’altra Maria ( la badante), i bambini si sono messi in cerchio attorno a lei, creando una sacralità al momento. Anche io piangevo, ma l’obiettivo mi ha sostenuta nell’evitare una rovinosa caduta in stile soap-opera argentina.
E’ stato aperto un fronte di liberazione per i cuccioli di quercia, per salvare le piccole ghiande che con fatica si stanno trasformando, prima del passaggio dei trattori. ( se volete adottarne una basta passare da noi)
I bambini hanno individuato il focus dei loro progetti e ci stanno lavorando sodo.
Vorrei tanto raccontarveli, ma dovrete attendere la fine degli esami.
Rimango sempre esterrefatta dalla volontà, dalla capacità di studio maturo e approfondito di cui i bambini danno testimonianza quando sono messi nella condizione di poterlo fare, ossia: libertà, ascolto e sostegno.
I progetti partono da interessi personali, da storie vere e sentite profondamente da ciascuno di loro.
Toccano temi storici, geografici, politici e antropologici che nessun programma canonico delle elementari si sognerebbe di integrare, eppure i programmai non esistono più e le care indicazioni nazionali ( che come sempre consiglio a tutti di leggere per la bellezza d’intenti e poesia che contengono) vengono a sostegno dei bambini.
Ma non per sostenerli o ripararli dalle difficoltà, ma per preservare la più intima essenza di ciascuno, quella che contraddistingue gli umani dagli animali, quella della volontà, della scelta e di conseguenza dell’ascolto e conoscenza di se stessi.

ma le api?
Che c’entrano le api in tutto ciò??

C’entrano perchè uno dei progetti che stiamo portando avanti, uno dei temi cardine di quest’anno, uno degli argomenti che i bambini porteranno all’esame di seconda e terza elementare, saranno proprio le api.
Ci sono dei temi che noi maestre proponiamo, alcuni centri attorno ai quali crediamo sia importante ruotare perchè affascinanti, utili e importanti.
Uno di questi è il mondo delle api.
Da un mese ormai, tutti i mercoledì un caro ragazzo appassionato di api si prende le ferie per venire tutta la mattina da noi.
Parla di impollinazione.
Della società delle api, dei ruoli e del suo funzionamento.
Di come le api comunichino con la danza.

 

 

 

Ci mostra arnie non tradizionali, più rispettose e meno invadenti.
Ci fa conoscere i predatori delle api e gli impostori.
Ci fa mangiare il miele dai favi, che sembra oro colato, sciroppo di paradiso.
Ci porta nei campi a riconoscere le erbe spontanee, i fiori commestibili e quelli preferiti dalle api.

Ci parla di api, quindi ci parla di vita, della nostra vita e di amore.
E noi ci siamo innamorati…

 

Il mormorio di un’Ape
Una Magia -produce in me-
Se qualcuno mi chiede perchè-
Sarebbe più facile morire-
che dire

Emily Dickinson

GALOSCE & GLITTER

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Come gestiamo il Natale a Serendipità?

Ogni anno facciamo un’assemblea dove ne parliamo insieme ai bambini e decidiamo come procedere.
Facciamo loro interviste, raccogliamo informazioni e ascoltiamo pareri, ci lavoriamo su come équipe e partendo dalle loro idee rilanciamo proposte.
Ma ci siamo accorte che ai bambini in realtà il Natale non interessa molto.
Per i motivi legati al consumismo ormai ovvi e innegabili?
Perchè vivono il clima natalizio a casa e non sentono il bisogno a scuola?
Perchè fuori ci sono 17 gradi e sembra di stare in Giamaica?
O perchè semplicemente sono troppo impegnati nelle loro questioni presenti, legate al reale, tangibile e quotidiano e non hanno voglia di lanciarsi nel mondo incantato di elfi e folletti?
Bhè, con molta onestà non saprei cosa rispondere.
Forse sono vere tutte e forse nessuna.
Ma una cosa c’è da dirla, ogni anno, tra tutti i bambini non manca mai la motivatrice natalizia.
Tra loro ce n’è sempre una nascosta che è nata con i glitter nel sangue, che freme aspettando Natale, che canta Jingle Bell da Ferragosto.
E’ possibile trovarne un esemplare ovunque, è la patita del Natale, quella che farebbe l’albero il 16 marzo e lo smonterebbe il 15 marzo dell’anno successivo.
Quella che mette i fili d’angelo anche come tendina della doccia, che infagotta il volante della macchina con i boa dorati e che compra cappelli di Babbo Natale anche per i gatti ( ne ha sempre almeno uno).
Noi ne abbiamo una, formato mignon.
Ha portato le preghiere, ha scritto un libro di poesia sulla santa Trinità (decantato quotidianamente a pranzo), ha organizzato recite e cori natalizi, portato luminarie e organizzato i regali.
Ed è grazie a lei che quest’anno le famiglie avranno un dono, è lei che ha controllato che tutti avessero scritto il biglietto.
E’ la fan della colla a caldo, del color rosso e disegna pungitopo ovunque.
E devo ammettere un’altra cosa, ci ha contagiati.
Una volta respirato il clima a pieni polmoni fino a far emergere delle piccole palline natalizie negli alveoli, ci siamo imbarcati in una missione territoriale.
Con il cuore pieno dei migliori propositi, abbiamo fatto biglietti per tutti gli abitanti della nostra via.
Abbiamo organizzato una vera e propria stamperia.

Abbiamo costruito i timbri, abbiamo fatto le stampe, li abbiamo scritti a mano uno per uno, li abbiamo plastificati e recapitati personalmente in ogni cassetta delle lettere per un raggio di un km, tutto a mano e a piedi, hand&foot-craft!

Tutto questo per farvi i nostri migliori auguri di Natale, non Natale, festa della luce e chi più ne ha più ne metta.
Auguri a tutti i bambini, di tutte le scuole, di tutto il mondo. Auguri a tutte le maestre, professoresse, dirigenti e bidelle. Auguri a tutti i genitori e nonni.
E come direbbero i bambini ” Auguri e serenità da Serendipità!!”

LA SCUOLA E’ IN MANO ALLE BIDELLE

Ultimamente, per vari ruoli professionali, mi ritrovo a passare parecchio tempo dentro le scuole statali.
Ci sono molte cose che non vanno e questo lo sappiamo tutti, ma una delle cose che non tutti sanno è che al vertice della scala gerarchica dell’istituzione scolastica ci sono le ausiliarie, anche chiamate bidelle.
E’ una verità che lentamente mi si è palesata davanti agli occhi, senza ombra di dubbio.
A confermarla sono state le maestre stesse.
Alcuni stralci di dialogo o situazioni che mi permettono di sostenere quanto dico:

GIARDINO
” perchè i bambini non escono?”
risposta a:” perchè sporcano quando entrano e le bidelle si arrabbiano”
risposta b: ” perchè si sporcano e le bidelle non vogliono cambiarli sempre e tutti i giorni”.
risposta c: qui abbiamo delle colpe anche come genitori, perchè in realtà la risposta più gettonata è:
“perchè i genitori non vogliono”

“Acquisire competenze significa giocare, muoversi, manipolare, curiosare, domandare, imparare a riflettere sull’esperienza attraverso l’esplorazione, l’osservazione e il confronto tra proprietà, quantità, caratteristiche, fatti.”

 

BAGNO
in qualche scuola dove sono stata, i bambini non possono andare in bagno da soli, siccome alcune bidelle sono stanche di essere chiamate ogni volta che ad un bambino scappa la pipì, hanno avuto l’idea geniale di portarli tutti insieme all’ora scelta arbitrariamente da loro.
Vengono stipati tutti dentro e come di fronte ad un plotone di esecuzione messi tutti con le spalle al muro. Uno alla volta viene chiamato dalla bidella, che con “grazia estrema” lo spoglia ( alla faccia dell’autonomia) lo mette seduto sul vasino, gli dice ” fai la pipì. Non ti scappa la pipì? guarda che dopo non torno.” Il bambino rilassato e confortato da quanto detto sopra, ma soprattutto dal tono rispettoso e mai impaziente, nella maggior parte dei casi porta a termine le sue funzioni fisiologiche ma in altri casi declina gentilmente l’invito. Poi mentre un altro bimbo viene inchiodato al vasino, la bidella gli lava le mani.

“Sviluppare l’autonomia significa avere fiducia in sé e fidarsi degli altri; provare soddisfazione nel fare da sé e saper chiedere aiuto o poter esprimere insoddisfazione e frustrazione elaborando progressivamente risposte e strategie; esprimere sentimenti ed emozioni; partecipare alle decisioni esprimendo opinioni, imparando ad operare scelte e ad assumere comportamenti e atteggiamenti sempre più consapevoli.”

“perchè i bambini non possono usare l’acqua? E’ riconosciuto che i bambini hanno bisogno di attività sensoriali e che l’acqua è uno degli elementi prediletti dai bambini che favorisce un rilassamento e la messa in atto di tutta una serie di sperimentazioni di ordine empirico”
” perchè le bidelle non vogliono pulire”

“L’apprendimento avviene attraverso l’azione, l’esplorazione, il contatto con gli oggetti, la natura, […] in una dimensione ludica, da intendersi come forma tipica di relazione e di conoscenza”.

 

UTILIZZO SPAZI
“Perchè dopo pranzo devono stare tutti in questa piccola stanza e non possono usare altri spazi?”
“perchè le bidelle vogliono pulire subito per andare prima a casa”.

“il tempo disteso consente al bambino di vivere con serenità la propria giornata, di giocare, esplorare, parlare, capire, sentirsi padrone di sé e delle attività che sperimenta e nelle quali si esercita”

PASTI
” perchè i bambini non possono aiutare le bidelle ad apparecchiare'”
“perchè non vogliono, fanno prima da sole”.

“perchè devono iniziare a prepararsi a mangiare alle 11:30? Non hanno ancora iniziato a digerire la merenda!”
“perchè la cuoca vuole andare a casa entro le 14:00 ”

( al nido) ” perchè tirate su dal letto i bambini addormentati e li mettete a dormire sopra il piatto di minestra? Non potete farli mangiare quando si svegliano?
” zitta che se ti sente la cuoca si arrabbia…..”

 

le frasi virgolettate, sono prese dalle indicazioni nazionali per il curricolo, unico documento a cui le maestre dovrebbero attenersi.
Invito i genitori a leggerlo, a prenderne consapevolezza.
Un testo poetico, sensibile, che riconosce al bambino diritti e dignità.
Invito anche le maestre a non trovare scuse, alibi, a non scaricare scelte e responsabilità su altri.
Siete voi le esperte di educazione, che dovreste difendere e rivendicare i diritti fondamentali dei bambini, divulgando informazioni e motivando le pratiche.
Non permettete che siano altri a stabilire cosa fare e come in base a paure o a bisogni puramente personali.
L’attenzione deve tornare al bambino, sempre, senza scuse.

Questa è una piccola foto, non generalizzabile a tutte le scuole.
Un piccolo siparietto tragicomico.
Vi assicuro che nessuna delle frasi o situazioni è frutto di fantasia.
Come non ci sono buoni e cattivi, e tutto non è solo bianco e nero, non esistono scuole perfette e scuole pessime, ma tante sfumature.
Questa è una di quelle. Anche questo esiste, e va denunciato con il racconto, ironico, tagliente o serio.
Ma va detto quello che accade.
Chi sa e vede e non dice è complice
Chi non sa e non vede è invitato a cercare di cogliere queste sfumature, sempre, e a non tacere.
La scuola non è fallita, la scuola può migliorare, ma questo può accadere solo con il ripristino delle responsabilità individuali e collettive.

LA PORTA DEL TEMPO

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” e questo cos’è??”
” sembrerebbe un proiettile”
” ma è vecchio!”
” forse, portiamolo a scuola. Proviamo a studiarlo”.

L., papà di I., lavora nelle forze dell’ordine.
Lo porta ad analizzare.

E’ un proiettile di un mitra, di fattura americana.
Seconda guerra mondiale.

” ma come sarà finito nel nostro campo? Cos’è successo? Chi ha sparato?”
” ma è morto qualcuno?”
“ma… cos’è la seconda guerra mondiale? Ci sarà la terza?”

Pochi giorni dopo l’apertura della scuola, durante una delle nostre abituali giornate nella natura, un piccolo ritrovamento, ha aperto le porte ad un argomento che non avevamo pensato di affrontare.
La chiamano educazione incidentale.
Noi la chiamiamo serendipità.

3 cm di ottone hanno dato vita a lunghe discussioni, racconti e a una gita.
L’immancabile gita, non so com’è nelle altre scuole, ma da noi ogni momento è buono per una gita.
Quindi si sceglie la data, si crea il gruppo investigazioni, si studia la zona, si avvisano i genitori, si prepara lo zaino e via.
Chiesa di San Paterniano. Lunedì. 8:00.
C’è il reporter col taccuino, ci sono gli intervistatori, c’è il registratore-man.

“c’è un vecchietto!! Andiamo”
Parte il suonatore di campanelli.
Drin.
Driin.
Driiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiin.
” basta suonare, sennò si spaventa!”
Il signor Luigi ci guarda con lo stesso sguardo con cui avrebbe guardato un ippopotamo con una bombetta. Perplesso e smarrito.
Non c’è da biasimarlo, 6 bambini, 1 ragazza, zaini, macchine fotografiche, registratore, sguardo agguerrito di chi è a caccia di informazioni, bocche sporche di cioccolata, stile da campagnoli.
(” ma non dovrebbero essere a scuola???!”)
Parte l’intervistatore:” cos’è successo nel campo sotto via striscioni durante la seconda guerra mondiale?? Eh, cos’è successo??”
” Ma io mica c’ero, sono giovane io!”
Con una domanda ci siamo giocati per sempre la fiducia di Luigi, cinquantenne offeso per essersi sentito attribuito 40 anni di più.
Non ce ne voglia il caro signor Luigi, avevo perfettamente notato la sua giovane età a dispetto dei bambini, è stato usato come cavia per far capire che un uomo di 50 anni non aveva vissuto la guerra.

la gita prosegue, il racconto potrebbe facilmente diventare un romanzo se dettagliassi tutti gli eventi che si sono susseguiti. Procederò per sommi capi.
Italo: 92enne arzillo, ci invita a fare merenda, ci lascia il numero. Ci racconta della guerra, di cosa è successo nel campo, delle bombe e delle case incendiate, della signora che perse una gamba e dei carri armati.
Maria: 90 anni. l’intervista la facciamo al suo capezzale. Sta male, è anziana. E’ felice di vederci, ci racconta della guerra. Piange ripensando alla sua casa bruciata, a quello che ha visto e sentito.
Ci mostra la foto del marito, la medaglia al valore per essere tornato vivo da un campo di concentramento. Abbiamo un appuntamento per il suo compleanno. 24 febbraio. Gli piace mangiare tutto, tranne i maccheroni, quelli proprio no.
” cos’è un campo di concentramento?”
” è quello che abbiamo visto nel libro che ci hai letto l’anno scorso del signore che amava i bambini e partivano in treno?
” sì, era quello del libro di Korczak”.
Serenella: parentesi moderna nel nostro viaggio storico. Ci fa vedere il suo allevamento di coniglietti nani. Uno diventerà nostro. Ci regala acqua e biscotti. Ci chiede di tornare a trovarla”.

CAMBIO DI PROGRAMMA
” andiamo a vedere cosa c’è lassù??”
saliamo, scaliamo, ridiamo, rotoliamo, sgusciamo, camminiamo, cantiamo.
Siamo dove era l’accampamento dei tedeschi.

“GUARDATE!!! HO TROVATO UNA SCHEGGIA DI BOMBA!”

“Anche io!”
“un’altra”

dopo 5 ore di cammino siamo tornati a scuola a piedi, abbiamo incontrato altre persone lungo la strada.
Altri racconti, altre storie.
Siamo a 10 chili di schegge di bombe trovate, dopo 70 anni.
Ferite ancora aperte.
La guerra è tremenda.
” io non voglio fare la guerra da grande”

non dovevamo studiare la seconda guerra mondiale.
Abbiamo scoperto la nostra storia, le nostre radici.
Abbiamo interrogato la terra che calpestiamo.
Intervistato gli alberi, che muti hanno visto tutto.
Abbiamo soppesato il ferro che penetra, che uccide.

Che tutto questo sia un importante tassello nel vostro cammino splendidi cuccioli, che siate uomini capaci di riconoscere e contrastare il male, di riconoscere il dolore, di ascoltare e imparare dalla storia.
Di amare.

CUORE PULSANTE

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Stare in una scuola libertaria, non significa affatto assenza di regole, nè licenza di fare quello che si vuole in qualsiasi momento.
Significa imparare a modulare le proprie scelte in relazione agli altri.
Significa negoziare, ascoltare sè stessi e gli altri, in un processo continuo di confronto e relazione.
Ma soprattutto significa partecipare.
L’organo vitale della scuola libertaria diviene pertanto l’assemblea.
Nella nostra scuola esistono due livelli assembleari.
Quello dei bambini e quello degli adulti.
I bambini oltre a proporre e organizzare le giornate quotidiane, capita che facciano proposte più complesse ed elaborate, tipo girare un documentario, fare una gita, visitare una città che a loro interessa o organizzare un evento.
E capita che tra i bambini ce ne siano diversi appassionati di pesca e che questi propongano una gita al mare, per pescare naturalmente.
Si passa così alla seconda fase, quella di organizzazione vera e propria.
” Solo chi partecipa all’organizzazione può andare in gita” decidono.
E così eccoli in cerchio, con un segretario che appunta quello che viene deciso, riassumendolo in un cartellone a disposizione di tutti, corredato da disegni per permettere anche ai più piccoli di capire il frutto del lavoro in maniera didascalica.
Si parla di dove andare, di cosa portare e di come fare con i trasporti.
Si usano pezzetti lego e basi per capire come organizzare le macchine.

C’è chi scrive il volantino, chi lo fotocopia, chi fa le buste e chi fa il postino.
La notizia arriva quindi alle famiglie che si riuniscono e valutano la proposta dei bambini, in termini di fattibilità reale.
“Si può fare”, dicono.
Poi i giorni successivi ci sono le lezioni di pesca.
Come è fatta la canna, come si fa una montatura, come è fatto l’amo, cosa sono i galleggianti, quali sono i pesci che si possono pescare studiandone caratteristiche e abitudini.
Si va nel campo a fare le prove dei lanci.
Poi arriva il giorno designato.
E così il 31 marzo una delegazione di Serendipità ha conquistato la Spiaggiola, piantando ombrelloni e stendendo teli, asciugamani e coperte.
Si pesca, si mangia, si gioca, si legge, si ride, si fa l’assemblea marina e si cammina lungo la spiaggia.
Succede che il mare a inizio primavera sia un mare generoso, che compensa la penuria di pesci con tanti regali portati a riva dalle mareggiate.
Così si procede alla realizzazione di un piccolo museo degli oggetti smarriti che permettono di stuzzicare la fantasia, e così ci lasciamo trasportare dalle onde dell’immaginazione facendo supposizioni e inventando storie dietro quegli oggetti bizzarri.
Succede anche questo in una scuola libertaria e succede anche che ogni tanto ci sia qualche giorno di vacanza al quale rubare mezz’ora di tempo per raccontarvi di noi 🙂

ODE AL LAVORETTO. NO SCHERZAVO….ODIO IL LAVORETTO

E’ Pasqua e immancabilmente le temute pulizie si avvicinano.
Ho deciso di partire da quelle virtuali e sistemando le cartelle mi sono imbattuta in questo documento, scritto di getto 4 anni fa, estenuata da uno dei flagelli che affliggono l’infanzia, il lavoretto.
Mi auguro che nessuno si senta offeso nè giudicato, prendetelo come una riflessione ironica di una giovane mamma all’epoca 23enne, alle prese con alberelli friabili e scatole di bigliettini da sistemare.
Buona lettura

Lavoretto, scusate ma devo proprio dirvelo, quando sento la parola “lavoretto” mi sento male.
Comune definizione di “lavoretto” : artefatto omologato realizzato per l’80% dalle insegnanti e dal 20% dai bambini ma in maniera guidata dalle insegnanti.
Scopo del lavoretto: gratificare il genitore e dimostrare allo stesso che il bambino quando è a scuola fa tante cose interessanti, creative e divertenti. Quindi quant’è bravo il bambino e che brava maestra che ha.
In realtà il lavoretto porta via tantissimo tempo alle insegnati ( reperimento materiali, preparazione dei pezzi da assemblare), occorre trovare un momento in cui “braccare” i bambini per fargli fare la loro parte tipo impiastriccare la mano nel colore e poi lasciare una smanata su un foglio, la quale verrà pazientemente tagliata dalla maestra, incollata su un altro supporto dove verranno applicati altri materiali e scritte frasi a forte impatto o a ricordi di momenti vissuti dai bimbi.
Ma mentre le insegnanti si danno tanto da fare, i bambini cosa fanno ? Scorrazzano liberi per l’aula o sono impegnati in altre attività o le insegnanti si lasciano il lavoro di montaggio dei pezzi e messa in bella dell’opera per altri momenti tipo dopo cena…?
Questo lo lasciamo alla vostra fantasia, alle vostre esperienze di contatto con il mondo della scuola e alla vostra fiducia e buona fede.
Inoltre, cosa ne è dei lavoretti una volta giunti a casa? Nella migliore delle ipotesi la mamma lo accoglie con grande gioia, lo sistema nel migliore angolo della casa mostrandolo a tutti coloro che entrano : “guarda cosa ha fatto Giovannino oggi a scuola! “, questo se si tratta del primo lavoretto naturalmente. Quando la carovana inizia ad aumentare, quando la polvere accumulata tra gli interstizi della carta igienica mummificata con della colla vinilica si dichiara repubblica autonoma allora si che iniziano i problemi.
La mamma inizia a vedere i lavoretti come nemici, deve fingere stupore e gioia quando il figlio li porta a casa, nel frattempo sta però studiando la maniera per farli sparire o segregare nell’angolo più remoto dello sgabuzzino. In questa secondo ipotesi il problema è semplicemente rimandato di 18 anni…

Ma la domanda è questa: a cosa servono i lavoretti ? Abbiamo visto che sottraggono molto tempo all’attività scolastica, sono quindi necessari?
Non sarebbe forse meglio creare un’apposita area dove i bambini possano essere liberi di entrare e creare ciò che desiderano utilizzando diversi materiali, strumenti e supporti che trovano sempre a disposizione e pronti per l’uso?

Credo che sia molto più sano educare un bambino alla scoperta della propria creatività piuttosto che all’indottrinamento estetico.
Credo che sia buono e giusto immergere i bambini in un clima artistico sereno e positivo, esporli al’arte e al buon gusto il più possibile, senza forzature. Agire sempre in maniera indiretta attraverso l’ambiente, ad esempio lasciando quadri o libri d’arte a disposizione dei bambini.
Una contaminazione silenziosa che deponga in loro il seme della bellezza e che venga lasciato maturare secondo il suo tempo e libero di esprimersi nel momento in cui esploderà in tutta la sua rigogliosità.

Credo che i lavoretti e la sciocca mania di farli ovunque e comunque annienti la libera espressione dei singoli bambini.
Inoltre mina la loro autoaffermazione e sicurezza personale, nel dover portare a termine lo stesso lavoro i bambini inevitabilmente compiono dei paragoni con gli altri, si confrontano e si giudicano.
Diventando i peggior giudici di se stessi. Ho visto bambini rifiutarsi di toccare un colore autoescludendosi da questa importantissima forma di espressione perché non si sentono abbastanza bravi, perché tizio sa fare meglio e caio non fa fuori dai margini.
Ah, avevo dimenticato di dire che si tratta di bambini di 4-5 anni.
Ledere l’autostima di un bambino in fase pre-scolare in nome del dio lavoretto mi sembra una forzatura ingiustificabile.
Il più bel frutto e risultato da portare a casa per un genitore non dovrebbe essere la serenità del bambino, lo sviluppo della sua autonomia e della sua identità?
Le scuole non dovrebbero lavorare su questo? Sul lungo traguardo, quello della vita??