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ALL’AVVENTURA

disegno casa azzurraCinque anni fa, ogni mattina, coi nostri quindici nanetti ci spingevamo oltre il cancello del giardino della nostra scuolina colorata gridando all’avventura!! Partivamo per esplorare il fuori, tutto ciò che si schiudeva oltre la recinzione. La prima avventura fu percorrere il perimetro del giardino. Da lì abbiamo continuato a spostare il nostro limite un po più in là, ad allargare il confine rendendo ogni giorno più nostro un pezzetto di mondo: il perimetro del giardino, il nostro campo, il campo del vicino…la casa della strega, la tana del drago piccolo, i due ponti…il sentiero degli istrici…da quel giorno all’avventura è diventato più di un grido di incoraggiamento. E’ diventato un modo di guardare, di offrirsi alle occasioni, di sfidare la paura ed immaginare nuove realtà.
E’ gridando all’avventura che siamo approdate a Casa Azzurra.

Già, perché i quindici nanetti non sono più né quindici né tanto nanetti. Sono quaranta, tra nanetti, bambini e ragazzi. E le due ventenni al loro fianco, oltre ad essere diventate trentenni, sono affiancate da un’équipe variopinta di nove meravigliosi accompagnatori. Un po’ troppa gente per la nostra amata casa colorata racchiusa tra i campi.

E’ così che nasce Casa Azzurra, per dare spazio a un’idea nata sottovoce e cresciuta nell’amore e nell’impegno di una comunità educante piena di fiducia.

Casa Azzurra continua il percorso di rispetto iniziato a Serendipità: rispetto dei tempi, dei talenti, delle inclinazioni, delle emozioni, del percorso di ogni bambino e bambina. E’ un luogo in cui poter esprimere se stessi e costruire la propria identità, sperimentare la vita comunitaria e l’autogestione.

Sentiamo una profonda gratitudine verso gli eventi della vita che ci hanno condotte qui, verso le famiglie che camminano con noi con fiducia, verso i bambini e le bambine che ogni giorno ci accompagnano, verso i nostri compagni e i nostri figli che ci sostengono.

 

Che l’avventura continui!

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NORA LA BAMBINA SAGGIA DI KAPRIOLE

0001Resoconto sentimentale della lunga e intensa chiacchierata fatta venerdì 7 aprile con Nora Petzold, studentessa della scuola libertaria Kapriole di Friburgo.
domanda: Qual è la cosa più importante che ti ha dato la scuola Kapriole?
riposta: La cosa più bella che mi ha dato è stata la possibilità di essere bambina. La mia infanzia è stata lunghissima…sono stata bambina fino all’anno scorso direi!

Per essere una che è stata bambina fino a ieri, Nora non ha niente di infantile o immaturo, anzi. Le sue risposte sono sincere, dirette, profonde, umili. Il suo percorso a Kapriole è iniziato a sette anni, dopo una prima elementare poco piacevole in una scuola pubblica tedesca, ed è continuato fino agli esami della decima classe (16 anni). Nora racconta senza timore di come abbia disimparato a leggere e a scrivere, di come per quattro, cinque anni non abbia fatto altro che godere della sua libertà giocando con i suoi amici, correndo nel parco della scuola. Ad un certo punto con molta naturalità ha iniziato a frequentare le proposte di scultura, arte, geografia, non ricorda nemmeno a che età, tanto per dire come il concetto di tempo, lì morbido e ampio, sia diverso dal nostro, frettoloso e scandito da traguardi necessari e irrinunciabili.

domanda: come funziona la scuola libertaria Kapriole?
risposta: a Kapriole bambini dai 6 ai 16 anni scelgono tutti i giorni come gestire il loro tempo, se visitando le aule di materia con un adulto sempre disponibile ad aiutarli nei loro apprendimenti, se andare alle molte proposte di arte, atelier, lingue, movimento, se fare un corso di cucina in francese, se giocare liberamente nel parco, se prepararsi agli esami finali. Tutti si prendono cura della scuola: all’inizio dell’anno ogni bambino sceglie di quale ambiente prendersi cura insieme ad altri bambini, ogni giorno, per tutto l’anno. Chiunque, adulti, ragazzi, bambini, bambini che noi definiremmo diversi o speciali (con DSA, sindrome di down…) può fare un corso per diventare MEDIATORE ed essere chiamato dai bambini stessi ad aiutarli a risolvere i conflitti. In assemblea si discute delle regole, in tribunale delle conseguenze.

domanda: qual è la cosa più importante che hai appreso a Kapriole?
risposta: il rispetto

La cosa veramente importante, a Kapriole, è il rispetto: rispetto per le persone, per i materiali, per l’ambiente, per le scelte di ciascuno. Questo è secondo Nora la più grande caratteristica comune dei ragazzi che hanno frequentato la Kapriole. Ed è anche la più grande differenza che sente di avere con i suoi attuali compagni di classe e docenti. Nora infatti, alla fine del suo percorso a Kapriole, ha superato gli esami, sa leggere, scrivere, fare matematica, parla correntemente tre lingue. E ora frequenta un liceo psico-pedagogico, dove non sopporta la disparità di dignità tra professori e studenti, la mancanza di passione e di rispetto dei suoi coetanei, abituati a rispettare le regole solo sotto la minaccia dell’adulto, e a trasgredirle appena quest’ultimo esce dalla stanza.

domanda: come è stato il passaggio in una scuola pubblica?
risposta: i primi tre mesi sono stati molto duri. Ma poi…mi sono abituata…

Sì, c’è stato un bel colpo allo stomaco al passaggio nella pubblica: tante informazioni martellate nella testa in poche ore, tanti compiti, poco rispetto, tanta disuguaglianza, poco interesse reale per ciò che si sta facendo. Ma il forte contatto con se stessa e la forza di volontà l’hanno provvista di una resilienza sufficiente ad affrontare questa nuova sfida.

domanda: ma i tuoi genitori cosa dicevano nel periodo in cui non facevi niente a scuola? non ti minacciavano di farti cambiare scuola?
risposta: a volte si, ma…questa non è una cosa che va bene. I genitori non devono dire questa cosa ai loro figli perché è come dire…è come dire che non hanno fiducia in loro.

Questo, per Nora, è un punto fondamentale. La fiducia. Dare fiducia ai bambini. Far sentire chiaramente che li si accetta per come sono, che ci crede in loro.

Amore, fiducia, rispetto.

Queste parole ci ha lasciato in dono una bambina diventata ragazza appena un anno fa, quelle stesse parole che sono scritte nei libri che affollano i nostri comodini di adulti in ricerca, Korczak, Montessori, Neill…leggiamole, pensiamole, ascoltiamole, facciamole germogliare dentro di noi, facciamole diventare carne, occhi, mani, scintille di vita che si realizza, liberiamole dalla retorica e proviamo ad esserle, ogni giorno.

Vi aspettiamo VENERDì 21 APRILE alle ore 18:00 per una chiacchierata con VERENA PFEIFER, per gettare uno sguardo su un’altra realtà educativa, la scuola MONTESSORI.COOP!

LA STORIA SIAMO NOI

 

IMG_4219-2Quante cose da raccontare! Mesi intensi, giorni affollati di emozioni, impegno, scoperte. E ora una febbre inaspettata mi tiene a letto e mi dona un prezioso tempo per sfogliare i giorni e provare a raccontare. Da dove partire? Non ho dubbi: dalla Storia che ha bussato alla nostra porta.

A settembre 2015 la Storia si è presentata da noi, ha bussato con mano gentile e sguardo discreto, chiedendoci di entrare. Abbiamo aperto la porta come si fa con un ospite inaspettato, che porta con sé quel po’ di imprevedibilità e profumo d’altrove. La Storia ha il corpo scolpito da migliaia di cassette di pomodori caricate e scaricate, da case costruite a colpi di cazzuola. Occhi da lince, sguardo che apprende, mani che parlano agli animali. Salif è il nostro pezzetto di Storia, entrato nelle nostre vite sottovoce più di un anno fa. Si è presentato col suo sorriso e col suo silenzio, gravido di voglia di esistere e di fare, ha osservato ed in poco tempo è diventato un maestro. Un fratello maggiore, così lo sentono i bambini.
Dopo mesi di giochi, avventure, passeggiate i bambini hanno chiesto a Salif di raccontare la sua storia. Ed così che hanno incontrato la Storia. Niente uomini primitivi, niente egizi, niente romani…la storia che stiamo studiando a scuola è quella c

he racconta del nostro mondo, delle migrazioni, di paesi lontani che offrono povertà e guerra a chi li abita, una prospettiva così poco entusiasmante da spingere queste persone a rischiare la vita in viaggi estenuanti e pericolosi. E così Salif si è seduto sul tappeto e i bambini hanno fatto cerchio intorno a lui e hanno ascoltato il viaggio nei gironi infernali della tratta dei nuovi schiavi. Non ha risparmiato dettagli, nascosto verità atroci, Salif. I bambini volevano quella verità. Con gli occhi spalancati hanno viaggiato con lui, sono partiti dal Mali su una motocicletta, hanno attraversato l’Algeria rischiando di cadere da un camion sovraffollato, hanno lavato piatti per un anno in Libia con la paura di essere ammazzati per strada solo perché stranieri. Sono stati chiusi in prigione e picchiati senza motivo. E poi la barca, così piccola, così piena, il mare freddo e buio, lo squalo, la fame e la sete. Gli amici lasciati o persi. Le lingue incomprensibili degli altri. E poi, finalmente, la marina militare, la salvezza, la speranza. Le loro piccole voci indignate e incredule davanti a tanta incomprensibile sofferenza, i loro abbracci forti e caldi al loro fratello maggiore e maestro. E lì, in quell’instante, la decisione di accompagnare Salif all’udienza del tribunale, per sostenerlo. Hanno deciso che la meta della loro prima gita dell’anno doveva essere quella. Così armati di merenda, fumetti e macchina fotografica hanno comprato il biglietto dell’autobus e hanno scoperto cos’è un tribunale.

Hanno aperto i loro zainetti al controllo della polizia all’ingresso, dicendo candidi che stavano accompagnando il loro maestro all’udienza. Hanno atteso pazienti sotto gli sguardi curiosi, divertiti o spazientiti del nugolo di adulti che si affaccendavano per il palazzo in cerca di soluzioni ai loro problemi. Hanno portato disegni e lettere scritte da loro e dalle famiglie, per raccontare la bellezza del percorso fatto insieme a Salif. Hanno mantenuto la compostezza anche quando la signora Giudice ci ha cacciato minacciando di chiamare i carabinieri (quanta paura possono fare otto nanetti?!), anche quando hanno capito che per Salif la strada della legalità si complicava, anche quando hanno visto nel suo volto lo sconforto e la paura. Gli hanno tirato su il morale, abbiamo festeggiato ugualmente con succo di frutta e patatine. E dopo questa avventura, dopo il racconto della sua storia, hanno cambiato modo di guardarlo. Ora Salif, per loro, non è più solo un maestro gentile, un fratello premuroso. E’ anche un eroe. Un eroe della Storia. Come Enea che ha preso suo padre in spalla ed è partito per scappare da un paese martoriato dalla guerra in cerca di miglior vita, affrontando un viaggio pericoloso e arrivando sulle coste laziali, gettando le basi per una nuova Storia. Salif non ha fondato nessuna capitale, ma ha ricordato ai nostri cuori che non siamo soli nel nostro orticello, che siamo parte di una Storia più grande di noi, che non è lontana da noi ma che ci include, e a cui noi diamo il nostro contributo con le nostre scelte, col nostro atteggiamento verso gli altri, con quello che decidiamo per la nostra vita. Siamo tutti collegati, sette miliardi di persone che fanno la Storia. I bambini si sentono parte della sua storia ora, si sentono la sua famiglia. E come una famiglia hanno organizzato per il suo compleanno una festa meravigliosa, preparata per settimane, con torte, decorazioni, regali, musica… come una famiglia si preoccupano del suo futuro chiedendo ogni giorno se il Giudice ha dato o no il permesso per restare. Sono entrati nella Storia, tenuti per mano dal loro maestro. Salif albero forte, Salif maestro paziente, Salif fratello maggiore.

 

DI COMPITI E MIRACOLI. LA NASCITA DI UN LETTORE

peanuts_leggere_inserito-2E’ giusto dare i compiti per le vacanze? Ma soprattutto, è giusto che un papà legittimi suo figlio nel rifiuto di fare i suddetti compiti? Di queste scottanti domande si stanno occupando insegnanti, genitori, presidi, pedagogisti, sociologi, economisti e opinionisti di vario genere in segui

to ad una giustificazione per il mancato svolgimento dei compiti estivi scritta da un papà per suo figlio. In particolare mi è capitato di ascoltare una discussione su questi temi a tutta la città ne parla, di radio3, trasmissione che si compone della voce dei suoi ascoltatori, attraverso telefonate, commenti postati sui social, sms… la voce popolare. Di un popolo già abbastanza selezionato direi (stiamo parlando di radio3!) Cosa dice questa fettina di popolo? Già, cosa dice. Le tesi sostanzialmente erano queste:

 

1) I CONSERVATORI: ecco l’ennesimo genitore che difende i figli a spada tratta, l’ennesimo attacco alle Istituzioni, non c’è più il senso del dovere, il senso delle regole, quando questo bambino diventerà grande e dovrà andare al lavoro, che farà se non ha voglia di lavorare, non ci va? Il problema di questo paese sono i genitori che non educano più al rispett

 

o delle regole e non inculcano il senso del dovere nei propri figli e bla bla bla

2) I MARXISTI: i compiti rappresentano una vera discriminazione sociale, i genitori che hanno la possibilità (intesa come livello di istruzione o soldi per pagare qualcuno di istruito) aiutano i figli a far

 

e i compiti, chi non ha la possibilità (quindi né istruzione, né soldi per pagare qualcuno di istruito) non può aiutare i figli a fare i compiti, cosicché questi ragazzini rimarranno sempre ai margini culturali e sociali e non potranno avere accesso all’ascensore sociale e bla bla bla

3)

4)

 

5)

 

Nessun’altra opinione. Stop. O si difende l’istituzione o la si attacca. La colpa è della scuola. La colpa è dei genitori. La colpa è della società. La colpa è dei soldi.
Mi sono sentita su un altro pianeta. Non so se il mio stupore era dovuto più alla scarsità di idee (qualsiasi altra risposta sarebbe stata benvenuta) o a un grande, terribile assente: il bambino.
Cari i miei conservatori, cari i miei marxisti: qualcuno di voi si è domandato cosa serve al bambino? Come è fatto un bambino? Quali meccanismi regolano il suo apprendimento? Avete preso in minima considerazione l’importanza del suo mondo interiore, delle immagini psichiche che costruiranno il suo modo di fruire e organizzare la realtà e che si formano in quest’età, dei modelli relazionali che incorpora oggi e che riprodurrà domani? Nessuno ha parlato dei ba

 

mbini nel dibattito. Le parole degli ascoltatori mi sono entrate nella mente, hanno interrogato le mie convinzioni, le ho lasciate lavorare ben bene (comunque sono un amante del dubbio)… compiti estivi? ma se da noi possono scegliere ogni giorno se venire o meno a lezione, non hanno compiti mai, figuriamoci quelli estivi, quelli di Natale hanno spaziato dal carteggiare degli oggetti in legno al fare delle partitone a briscola…con le mille voci tutteuguali del popolo sono arrivata a scuola. Ho lavorato con quel brusio nella testa, come un cicaleggio estivo, distratto e continuo.La mamma di L. è arrivata qualche ora dopo. Le settimane che precedono l’apertura della scuola sono un viavai felice di mamme e papà che aiutano, imbiancano, puliscono, trapanano, cuciono, costruiscono…la mamma di L. è venuta a prendere della biancheria sporca da lavare. Dopo tante chiacchiere mi dice che L. non è nemmeno sceso dall’auto perché stava leggendo un libro. Sono felicemente sorpresa: L. non è mai stato un grande lettore. Un libro che stava per finire. Per la precisione il primo libro che stava per finire. Decido di andare a salutarlo e accompagno la mamma verso la macchina. L. ha appena finito l’ultima pagina. Richiude il libro ed esulta come se avesse segnato alla finale di campionato. E’ felice, lo riconosco da quel sorriso enorme, dal corpo che non può che dondolare qua e là, sembra una corda che vibra dopo essere stata pizzicata. Poi esclama:

…sono tanto felice, ho letto il mio primo libro tutto intero, sono tanto felice, è la prima volta, è bellissimo perché mentre leggevo le parole mi venivano tutte le immagini nella mente, le ho viste…oggi è un giorno importante, è il giorno più bello della mia vita, me lo voglio segnare sul calendario perché me lo voglio ricordare per sempre…

Questo è un bambino che non ha mai fatto i compiti per le vacanze. E’ un bambino che ogni giorno sceglie se venire a lezione oppure no, un bambino che non è stato mai obbligato a leggere. Questo è un bambino che ha scoperto da solo il piacere della lettura, ne ha afferrato il mistero cogliendo la potenza e la bellezza della parola.
Questo è un bambino felice.

 

Mentre in sottofondo i dottori della pedagogia discutevano sull’utilità dei compiti per le vacanze io ho assistito a un piccolo, immenso miracolo: la nascita di un lettore.

Domani è il primo giorno di scuola. Troverò i bimbi e le bimbe dopo qualche mese di lontananza: quali nuovi disegni porteranno nei loro occhi, riflessi di anime cangianti, quali grovigli di intenzioni e desideri, quali misteri. Non lo so ancora. Sarà un piacere partecipare alla felicità dello loro scoperte, piccole e grandi. L. me ne ha già fatta assaporare un po’. Grazie!

SOFFI E GOCCE

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24 luglio. Pioggia nostalgica.
E’ ora di bilanci, di soppesare il passato, di lasciar scorrere le dita lungo le sinuosità dei ricordi.
Attraverso le foto, i mille appunti presi, i 14 quaderni riempiti di osservazioni, sogni, desideri, speranze, elucubrazioni.
Ogni inizio anno è come un soffione, prezioso, raro.
Lo stringo tra le dita valutando il vento, la direzione in cui soffia, pondero con calma il desiderio, cerco il miglior terreno verso cui volgere i piccoli paracaduti che di lì a poco prenderanno il volo.
Poi lentamente inizio a soffiare, delicatamente, gentilmente, umilmente.
E quei piccoli paracadutisti sospinti dal calore del soffio se ne vanno.
Li osservo allontanarsi, con la speranza che il loro volo sia lieve, l’atterraggio soffice, le radici salde, la pianta solida, le foglie lucide e i fiori splendenti.
Piccoli e coraggiosi, volate.
Volate.

 

Poi ci sono i bambini del periodo estivo.
Con loro il tempo è piccino, ridotto.
Ma non per questo di minor valore.
Quando arrivano sembrano pulcini, incuriositi dalla novità, dalla natura, dai colori, dai sorrisi.
Per loro cerchiamo di lasciare un messaggio, un piccolissimo e timido tentativo di mostrare un modo diverso con cui un adulto può relazionarsi con loro.
“davvero possiamo scegliere?”, sì tesoro, cosa ti piace fare?
e lì avviene la piccola magia estiva. Quando i bimbi arrivano, molti di loro sono in difficoltà nel capire cosa amano fare, così predisponiamo per loro un ambiente ricco, che stimoli, proponga, rinforzi, doni ali robuste.
E bastano pochi giorni o ore per alcuni per scoprire talenti sopiti, passioni sconosciute.
Dal circo alla ceramica, dalla botanica all’accensione di un falò, dall’ingegneria edile al cucito, dal ricamo alla danza, ognuno ha la possibilità di spostare la tendina che racchiude la più intima e incredibile parte di sè.

 

è tempo di bilanci, di contemplazione, di piogge, di saluti e perdoni.
è tempo di rilanciare speranze e sogni.
è tempo di chiudere gli occhi e ascoltare il minuscolo suono delle radici che scivolano nel terreno ammorbidito dalla pioggia.

21 ANNI

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Ho 21 anni.
La mia terra è lontana.
Così lontana che anche i ricordi iniziano ad esserlo.
Ricordo la polvere in bocca, i colori della vita in tutte le sue forme che trasudano speranza.
Ricordo i miei amici, ogni tanto ci sentiamo.
Mi mancano.

Lavoro da quando ho 4 anni.
Ricordo le scintille della saldatrice negli occhi, a dire la verità sono le mie cicatrici a ricordarmelo.

Mio fratello ha 4 anni.
Sta male.
Una pentola di acqua bollente addosso.
Provo una sensazione di vertigine e stordimento a pensarci.
Il corpo ustionato, con quel sole cocente coi tuoi 4 anni.

In paese dicono sia stata una maledizione.
Odio le maledizioni.
Anche per questo sono andato via.

E poi il cammino.
E poi la barca, se proprio così vogliamo chiamarla.
E poi il mare.
E la notte, e il buio e il silenzio e lo sciabordio delle onde.

Ho sempre sognato di vedere il mare.
Fantasticavo di nuotarci mentre le scintille illuminavano il mio corpo.

Forse voi non riuscite ad immaginare cosa possa voler dire stare dentro un guscio di noce rovesciato, pieno fino all’orlo, tanto che i bordi coincidono col mare sconfinato.

L’acqua entra, il freddo avvolge le ossa.
La sete asciuga le bocche e gli occhi.
Il resto è terrore.

Una traversata sulla schiena di un coccodrillo affamato.

Non voglio la vostra compassione, non me ne faccio nulla del vostro peccato originale,
che poi di originale non ha proprio nulla.

Ho 21 anni.
Faccio il maestro.
Mi sveglio alle 7:00.
Alle 8:00 sono a scuola con i miei bambini.
Appena mi vedono mi abbracciano e mi sorridono.
Giochiamo in giardino.
Facciamo passeggiate e contempliamo gli animali.
Insegno anche a leggere e a scrivere.

Mi chiamo Salif.
Ho 21 anni.
Vivo in Italia.
Ho il Mali dentro.
Faccio il maestro e insegno la vita.
Prendo al volo i calabroni e parlo alle farfalle.
Ho la delicatezza di una brezza e la forza di un baobab.
Conosco il linguaggio degli animali, me lo ha insegnato mio nonno.
Ora sono alunno e maestro.
Uguaglianza nella diversità è la mia ricchezza.
Lo sguardo il mio metodo.
Per voi sono un clandestino.
Per i bambini il loro maestro.
Insegno la rinascita e la sopravvivenza.

Parlo poco ma ho dentro il mare sconfinato,
e in quel guscio ora mi sento a casa,
col sorriso guardo il cielo
e lascio che la corrente mi guidi.

TULIPANO

C’è stato un momento che più di altri ricordo con nostalgia.
Ricordi il mercato dei fiori?
Mano nella mano indossavamo il nostro amore novello con orgoglio come un prezioso cameo.
Scegliemmo cinque bulbi di tulipano,
rosa antico, così ce li vendettero.
L’autunno fece il suo debutto e ci trovò chini sull’umida terra a scavare il nido che li contenesse,
in attesa di una primavera che ci avrebbe salvati dal freddo.
Poi arrivò l’inverno.
Il mio inverno.
Vidi come la guardasti.
Fui discreta con me stessa,
lanciai un solo sguardo furtivo ai miei sentimenti.
Non volevo essere scoperta.
Nuda sotto il faro dell’inverno.
Allora indossai un cappotto, il più pesante che avevo,
quello di mia nonna, che poi fu di mia madre.
Ho aspettato, vegliando il tuo uscio in attesa di un segnale, una parola, un gesto.
Eri così felice, di una felicità che stentavo a riconoscerti.
Poi iniziasti a parlarmi di lei.
Io,
che da bambina non feci altro che aspettarti,
cercando ciò che mi era stato negato.
Una violenta scossa di potente magnitudo mi travolse, dilaniando e separando pezzi di me,
e in quell’abisso creatosi precipitai.
Era buio.
E freddo.
Hai mai sentito il rumore dell’oscurità?
Hai mai urlato senza voce?
Sai cosa si prova ad avere il gelo nei piedi e la brina nelle arterie?
Gli occhi si appannano,
i pensieri si fanno cupi e confusi.
Il cuore è il mio bulbo,
il suo nido il mio mausoleo,
la tua gioia la mia tomba.
Poi la paura divenne rabbia,
il sangue si sciolse e come lava eruttò infiammando le periferie.
Ti presi, guardandoti.
Con tutta la potenza delle mie mani strinsi le tue,
piccole e fragili.
La mia paura divenne la tua paura.
La mia confusione la tua eredità.
Dovevi spiegarmi come potesti amarne un’altra,
ma le parole non sono il tuo forte,
non in quel momento e non con me che cercavo di estirparle come erbacce.
Riconobbi quello sguardo.
Un’antica memoria mi disse di averlo già incontrato,
ma non sono mai stata fisionomista.
Sono io tua madre, come hai potuto dispensare affetto ad un’altra donna?
La mia corona di petali appassì immediatamente, temetti di aver perso tutto.
La tua spensieratezza divenne la mia inquietudine.
La mia inquietudine divenne la tua fragilità.
Ora hai freddo.
Copriti.
Prendi il mio cappotto e usciamo, i tulipani sono sbocciati.

 

Dedicata a tutte le mamme e ai loro cuori, che perdono gocce di sangue di fronte ai primi passi dei propri figli nel mondo.
Dedicata a tutti le mamme che hanno pensato di non esserlo più vedendo l’amore dei figli nei confronti di altri adulti.
Dedicata a tutte le mamme che sono state bambine che hanno avuto cappotti pesanti da indossare che coprivano i loro sentimenti.
Dedicata a tutti i figli che sostengono il peso delle nostre fragilità.
Dedicata a noi esseri umani, così nudi di fronte alla vita.

Dedicata alla vita, che sboccia anche quando ci sembra che sia ancora inverno.