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Il reddito di cittadinanza noi a scuola lo avevamo già. Pedagogia, economia e cittadinanza attiva, ecco perchè abbiamo una moneta interna

Questi sono giorni caldi per la nazione e per il tanto atteso reddito di cittadinanza.

Ma noi a scuola l’avevamo già introdotto ed ora proveremo a spiegarvi il perché e il come lo abbiamo fatto.

Intanto partiamo dal presupposto che la scuola sia la palestra sociale per eccellenza che in età evolutiva prepara gli individui ai meccanismi della futura società che li attende.

Nelle riflessioni che mi hanno guidata questi anni, mi sono imbattuta nell’ambito economico e sulla possibilità di creare a scuola degli step graduali per passare dalla dipendenza all’indipendenza economica. L’autonomia richiede esercizio, riflessione, consapevolezza e sostegno e credo che la scuola possa far qualcosa a proposito per sostenere i ragazzi in crescita.

I continenti sono la nostra moneta, il loro valore è inversamente proporzionale allo sviluppo socio-economico. Così a valer di più sono l’Antartide e l’Africa e a valer di meno  l’Europa.

I bambini appena entrano a scuola ricevono un reddito di cittadinanza, con questo possono : acquistare il materiale di cartolibreria nel negozio della scuola, comprare i pasti, andare in gita, affittare degli spazi.

Eh sì, la scuola ha un negozio, gestito dal tesoriere della settimana. Nel negozio è possibile trovare matite, penne, gomme, quaderni e tutto ciò che serve in una scuola. Nessun bambino deve portare nulla da casa, sono abolite le liste dei materiali da portare a scuola e ed è bandito lo spreco. Perché se un bambino deve provvedere al materiale pondera bene gli acquisti e si rende conto da solo che non servono 5 matite, 3 gomme, 4 penne, 60 colori. Solitamente basta una gomma, un temperino,una matita e un quaderno per materia. Questa manovra l’abbiamo messa in campo anche per arginare la mancanza di cura che notavamo nei bambini rispetto ai loro oggetti personali. A nulla valevano le mille etichette che pazienti genitori la sera attaccavano su tutto rischiando la miopia, ogni giorno la scatola del materiale disperso era sempre piena mentre ora nessuno dimentica più nulla in giro.

I soldi a scuola si fanno lavorando, attraverso lavori comunitari di due tipologie: quelli volontari e quelli su nomina. Tra quelli volontari alcuni esempi sono: fare le lavatrici e stendere il bucato, servizio in cucina, spazzare, fare pulizia campo, scrivere recensioni per la biblioteca della scuola, fare lezioni ai bambini più piccoli. Quelli su nomina vengono passati tra i bambini ogni venerdì, e sono:

  • il nostromo: responsabile delle pulizie;
  • il musicista: sarebbe il dj, gestisce la musica nella sala comune durante i momenti liberi;
  • il botanico: annaffia le piante;
  • il bibliotecario: sistema i libri, sceglie i consigli della settimana e controlla che vengano trattati con cura;
  • la vedetta: il responsabile della bandiera che viene issata il lunedì;
  • il tesoriere: gestisce i soldi, gli stipendi e ha la chiave del negozio;

Per tutti i ruoli e compiti è previsto uno stipendio.

Poi ci sono gli affitti. Spesso i bambini amano trasformare spazi pubblici in privati, tipo un albero, un angolo del giardino, un pianerottolo poco frequentato. A noi come scuola questo va bene, ma sentivamo il bisogno di una regolarizzazione. E così abbiamo messo a disposizione degli spazi pubblici variando il piano regolatore della scuola e abbiamo firmato i primi due contratti di affitto, con tanto di documentazione, regolamento, firme, canone da pagare e scadenze. I bambini fanno pagare una quota di ingresso per sostenere le spese e la cosa divertente è che, quelli che erano club super esclusivi, ora, per sostenersi economicamente, permettono l’accesso a tutti e quello che sembrerebbe un freddo calcolo matematico si sta rivelando uno strumento di aggregazione e conoscenza reciproca molto interessante.

La scuola è come se fosse un gioco da tavolo gigante, manca solo vicolo corto e parco della vittoria, le carte degli imprevisti e le oche di legno che saltellano da una casella all’altra.

Scopi di questa strategia sono:

  •  riportare il denaro alla sua funzione originaria, ossia strumento. Noi viviamo in una società in cui il denaro da strumento è diventato fine, da mezzo di scambio è diventato oggetto di accumulo e desiderio di averne sempre più. Dinamica che allontana l’uomo dalla ricerca spirituale e di crescita personale, spingendolo a volte verso comportamenti poco etici e onesti. A scuola questa dinamica sarebbe inutile, nessuno se ne fa nulla di mille antartidi più degli altri, perché tutto quello che serve può essere raggiunto con molto meno.
  • attribuire un valore al proprio tempo, alle proprie energie e al proprio lavoro. Questo non ce lo insegnano a scuola e invece dovrebbero. Nessuno ci ha spiegato quanto la nostra vita sia preziosa, il calcolo del valore non dovrebbe esser fatto sui soldi ma sul nostro tempo. Ciò che dovremmo inseguire non è il reddito, ma una buona qualità di vita che solitamente, per riflesso spontaneo, genera situazioni virtuose che permettono di guadagnare e sopravvivere dignitosamente.
  • allenare le competenze matematiche in maniera pratica e ludica.
  • entrare in un’ottica comunitaria dove nessuno è schiavo di nessuno, i compiti vengono suddivisi e c’è rispetto reciproco. Lo scorso anno avevamo introdotto i compiti comunitari, non c’era ancora la moneta interna e venivano eseguiti a turno dai bambini e come una spada di Damocle ogni giorno l’onere cascava in testa a qualcuno. Ora nessuno è più obbligato, ma semplicemente riconoscendone il valore, molti sono i volontari. Ci sono stati giorni in cui abbiamo gentilmente chiesto di smetterla di spazzare..

Alcuni dettagli sono: tutti i lavori hanno lo stesso peso all’incirca, non c’è una sproporzione come nella società in cui viviamo. Ossia non ci sono lavori in cui, per la stessa quantità di tempo, guadagni 1 o 1000. C’è equità e pari dignità lavorativa. I soldi vengono gestiti dai bambini e a loro viene data fiducia cieca, nessun adulto controlla che rubino o sottraggano articoli dal negozio. Quando la fiducia viene riconosciuta gli individui la corrispondono sempre nelle azioni.

Giunti a questo punto, qualcuno penserà che questo gioco in realtà si chiami “l’allegro capitalista” e a questa obiezione rispondo che la perversione e la connotazione negativa che abbiamo associato noi adulti ai soldi per fortuna non è la stessa che hanno i bambini, i quali sono molto più lucidi di noi.

I bambini i soldi li usano per vivere, per mangiare, per comprare quaderni e stop. Non c’è nessuna corsa all’eccesso. Molti bambini hanno creato società, mettono insieme i loro soldi e si aiutano a vicenda. Aneddoto divertente è che sono stati organizzati dei matrimoni e sono stati regalati dei continenti durante la festa post-cerimonia.

Ma la cosa più bella a mio avviso è che svolgere dei lavori per guadagnare ha permesso a i bambini di uscire dalla pesantezza che può derivare dall’essere obbligati a sistemare perché è il proprio turno e spesso aiutano senza voler nessuna ricompensa e sono molto più propensi a dare una mano e impegnarsi.

Ovviamente questa è una sperimentazione, e come tutte le tecniche giovani è sottoposta ad osservazioni, revisioni e modifiche.

La condividiamo volentieri con tutti voi, perchè possa esser di spunto per tante altre realtà ed esperienze educative. Noi siamo piccoli ma pensate come sarebbe bello se, in una grande scuola statale con centinaia di bambini, ci fosse un grande negozio simile con tanto di scaffali, magazzino, commessi e turni.

Immagino una scuola che educhi al lavoro, che prepari i bambini alla vita futura, che li aiuti a percepire il proprio valore, a riconoscere l’importanza del riconoscersi, a comprendere che nessuno di noi è in vendita, che il lavoro è utile all’uomo e che i soldi sono uno strumento e non che l’uomo è lo strumento utile al lavoro per accumulare soldi.

Io ci credo.

Le parole hanno valore solo se accompagnate da gesti, da atti trasformativi.

Questo è uno dei nostri, piccolo, ma pur sempre un gesto.

 

 

 

Pedagogia del dono. Insegnare il riconoscimento dei valori altrui a scuola

Alcuni meccanismi scolastici che acquisiamo durante la nostra esperienza infantile, possono continuare a guidare i nostri comportamenti, atteggiamenti e visioni del mondo per tutto il resto della nostra vita.

Così la dinamica di giudizio tipica del sistema dei voti, può veicolare sentimenti di invidia, rabbia e difficoltà a riconoscere le differenti intelligenze che abbiamo e i valori altrui. Ad esempio se ad una verifica di matematica un bambino che ha studiato moltissimo riceve un 7 e il suo compagno che ha studiato in maniera approssimativa l’argomento della prova riceve un 9, questo evento potrebbe indurre nel primo un sentimento di ingiustizia e la nascita di emozioni negative che possono riversarsi sul suo compagno. Ciò che il bambino non sa, è che il suo compagno ha un’intelligenza logico-matematica.

Ciascuno di noi ha una peculiare intelligenza  (o più di una) che ci permette di esser particolarmente prestanti in certi ambiti e meno in altri. Purtroppo a scuola le intelligenze su cui le attività si concentrano, vertono principalmente sull’intelligenza linguistica e quella logico-matematica.

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Ma Gardner ci insegna che le intelligenze sono molte di più, almeno 9. Quest’anno le nostre attività ruotano attorno a questo principio ed ogni giorno vengono proposte attività che toccano le varie capacità di apprendimento dei bambini. Questo impone a noi maestri di non cadere nel riduzionismo linguistico-matematico e di valorizzare le peculiarità di ciascun bambino.

Ma questa attenzione da sola potrebbe non bastare per accrescere nei bambini la capacità di riconoscere i valori altrui, oltre ai propri. E questo, è un aspetto per noi fondamentale. Abbiamo osservato negli anni che un approccio eccessivamente basato sulla libertà come strumento, permette a molti bambini di essere in profonda connessione con se stessi, centrati e sicuri delle proprie scelte, ma il rischio è che il bambino ponga se stesso al centro del mondo, con i suoi desideri, la sua volontà e ciò che desidera. Il rischio è che possa perdere di vista il valore degli altri, mettendo troppo al centro il proprio.

Così abbiamo deciso di istituire un momento in cui i bambini, attraverso un gioco, riconoscano a turno, il valore di ogni compagno di scuola.

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Ad ogni bambino è stata donata una piccola bottiglia di vetro ed altrettante ce ne sono per ogni intelligenza, contenenti palline dei colori corrispondenti.

Il venerdì all’ultima ora ci ritroviamo nella sala comune e un bambino alla volta, con la propria boccetta davanti aperta, attende che gli altri gliela riempiano con le perline dell’intelligenza che gli riconoscono.

E’ un momento di rara bellezza, in cui emergono interessanti dinamiche.

E’ anche un momento di estrema sinergia e connessione tra tutti noi.

Ci si sente riconosciuti, ci si sente visti, ci si sente apprezzati, ci si sente valorizzati.

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Le nostre boccette hanno tutti colori diversi, ma tutte la stessa quantità, perchè ciò che vogliamo trasmettere ai bambini è esattamente questo.

Possiamo avere modalità differenti, sfumature che ci distinguono, modalità esistenziali peculiari, ma tutti abbiamo lo stesso valore.

Siamo tutti importanti e tutti intelligenti.
Siamo tutti delle creature stupende e variopinte, dobbiamo solo ricordarcelo più spesso.

 

 

 

 

 

 

Il diario di bordo. Strumento di metacognizione e co-responsabilità educativa con i bambini

Il processo di apprendimento che cerchiamo di incentivare nei ragazzi è SCELTA-AZIONE-METACOGNIZIONE. Della scelta ne abbiamo già parlato nell’articolo in cui abbiamo presentato lo strumento della bacheca di classe, dell’azione ne parleremo nello specifico raccontando alcune lezioni, focus di questo articolo è la fase della metacognizione.

Un grande assente nelle scuole, a mio avviso, è uno strumento che consenta ai bambini di comprendere in maniera rapida e chiara il loro percorso educativo secondo i tempi presente, passato e futuro. Ossia, da dove sono partito, dove sono e dove devo/voglio arrivare.

Da questa riflessione nasce il diario di bordo, uno strumento che ha caratteristiche per certi versi simili al classico diario scolastico e per certi versi opposte.

Si tratta innanzitutto di uno strumento personale, ciascuno ha il proprio e ne è responsabile.

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Il momento dedicato al suo utilizzo e compilazione è il venerdì durante la penultima ora. E’ strutturato in uno schema fisso che si ripete per ogni settimana e che viene compilato dai bambini. Nella prima parte i bambini hanno uno schema della settimana da compilare riempendo gli spazi con le attività che hanno svolto. Per farlo semplicemente recuperano i cartellini che avevano attaccato nella bacheca durante i giorni precedenti. La seconda parte deve essere colorata a seconda delle intelligenze sulle quali si è lavorato, per farlo colorano i pallini accanto alle intelligenze del colore associato che trovano sui cartelloni appesi in ciascuna aula.3

Infine sono invitati ad esprimere un parere riguardo le attività che hanno preferito o che hanno trovato faticose, ciò che hanno imparato e le idee che sono venute loro in mente durante la settimana e vorrebbero approfondire e realizzare.

Infine le pagine finali di ciascun diario sono dedicate al programma didattico. In maniera semplice e comprensibile a seconda dell’età dei bambini, sono riportati degli obiettivi di apprendimento. Ogni volta che i bambini sentono di aver raggiunto l’obiettivo colorano il cerchio corrispondente.

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La compilazione del diario permette ai bambini una riflessione sulla settimana trascorsa, sul percorso di apprendimento che si sta percorrendo, sulle proprie scelte, come queste ricaschino su alcune intelligenze a discapito di altre e sulla propria percezione delle attività. Permette ai bambini un esercizio di metacognizione, pensiero critico e assunzione di co-responsabilità nella loro istruzione.

Per la parte grafica abbiamo utilizzato il sito canva.com, per la costruzione ci siamo armati di una macchina per rilegatura in stile copisteria, di una buona fotocopiatrice e un’ottima équipe in catena di montaggio.

Qui sotto trovate i file da poter scaricare. Se qualcuno decidesse di utilizzarlo ci farebbe piacere esserne informate per poterci confrontare sull’efficacia, sulla possibile aggiunta di pagine o l’inutilità di altre.

Buon viaggio a tutti !!

Emily Mignanelli

 

 

 

Tecniche Serendipità: la bacheca di classe. Lo strumento per gestire le proprie scelte e ri-conoscere le intelligenze multiple

Nonostante diffusa sia la convinzione che tutti i bambini siano intelligenti, seppur ciascuno con modalità proprie ed individuali, in questi anni ho avuto modo di osservare che i bambini con tendenze logico.matematiche o linguistiche tendono a sentirsi molto più intelligenti dei loro compagni e viceversa.

Essendo la percezione della propria intelligenza fortemente collegata all’autostima, da quest’anno abbiamo formalizzato e organizzato il nostro lavoro didattico e pedagogico a favore di una complessità di proposte e attività volte a toccare quotidianamente diversi tipi di intelligenza.

Abbiamo cercato di rendere visiva a chiara la tipologia di intelligenza sulla quale ogni attività si focalizza utilizzando diversi strumenti. Oggi vi spiegherò quello della bacheca di classe.

Ma prima un passo indietro, per comprendere il valore della bacheca è necessario che io spenda due parole sull’organizzazione della giornata.

Una delle riflessioni e osservazioni condotta in questi anni, è stata quella relativa alla libertà di scelta concessa ai bambini. Da noi, i bambini erano messi nelle condizioni di poter scegliere quali attività seguire o non seguire, avendo la possibilità di giocare liberamente tutto il giorno.  Negli anni l’osservazione dei comportamenti dei bambini, ci ha mostrato che, se messi in condizione di libertà totale, solitamente preferiscono giocare, in alcuni casi evitando per giorni, settimane, addirittura mesi attività didattiche. Eppure non possiamo negare che la nostra realtà abbia una responsabilità verso la loro istruzione e che l’istruzione sia un processo che richiede anche esercizio, costanza e ripetizione, badate bene, non ho scritto obbligo, dolore e noia.

Per cui, se riconosco che ho un dovere verso la loro istruzione ma dichiaro che loro sono liberi di scegliere e osservo che non scelgono di studiare,  le strade a mio avviso sono tre: o accetto la situazione e seguo il gruppo come studio di caso per vedere cosa accada, o in maniera subdola e ambigua li porto dove voglio, oppure entro in un compromesso con la mia ideologia romantica, accetto lo stato delle cose e cerco di mettere in campo soluzioni che sostengano i bambini pur perseguendo cammini sperimentali nel rispetto dei loro bisogni culturali e di sviluppo.

Noi abbiamo optato per quest’ultima opzione, e ora che Serendipità è una scuola-comunità dinamica, i bambini possono sempre scegliere ma tra un ventaglio di possibilità non più potenzialmente infinito.

Durante la giornata sono suddivisi in gruppi che variano. Le divisioni hanno basi differenti, e sono rispettivamente:

  • divisione anagrafica;
  • livello didattico;
  • talenti.

L’arrivo è dalle 8:00 alle 8:30, dalle 8:30 alle 9:00 i bambini divisi per classe si iscrivono alle attività della giornata attraverso la bacheca.
La bacheca di legno, è suddivisa in 4 colonne, una per ogni giorno della settimana dal lunedì al giovedì. Sopra la bacheca i bambini hanno un cartellone dove attraverso parole chiave, simboli e colori visualizzano chiaramente le tipologie di intelligenze e l’orario della giornata che indica cosa avviene in ciascuna stanza quel giorno. Ogni bambino deve iscriversi ad un’attività didattica ed una espressiva (talenti), quella anagrafica per ovvi motivi non può esser scelta.

Le attività didattiche sono suddivise per livelli, per comprendere a quale livello accedere accanto a bacheca e cartelloni i bambini trovano i requisiti di accesso per ciascun livello. Se hanno qualche dubbio riguardo il fatto di possederli o meno, possono prendere dal corridoio degli esercizi per una verifica autonoma. Gli esercizi riprendono il principio delle schede autocorrettive di Freinet. I bambini hanno delle schede fotocopiate ed una copia plastificata con le soluzioni per poter fare la verifica in autonomia.

Tutte le attività (sia espressive che didattiche) sono colorate di un colore che indica l’intelligenza su cui lavorerà la proposta in questione.

Per iscriversi i bambini pertanto scrivono su un foglio nome, titolo dell’attività e colorano il tutto del colore corrispondente l’intelligenza coinvolta.Progetto senza titolo-2

Ciò che possiamo dire è che stiamo vedendo nei bambini una risposta rapida e positiva nell’acquisizione del meccanismo ed una maggior serenità, a nostro avviso dovuta dal fatto di esser stati sollevati dalla responsabilità forse eccessiva dell’esercizio della libertà.

Grazia Honneger Fresco diceva che la libertà è un cerchio che cresce attorno al bambino, tanto più il bambino è piccolo tanto più stretto sarà il cerchio. Poi lentamente si allargherà.

I bambini hanno bisogno di confini, sicurezza e chiarezza.

Ed è uno degli obiettivi che abbiamo perseguito nella strutturazione di questo strumento.

La bacheca permette di mettere in campo la propria libertà di scelta, la propria responsabilità nell’essersi presi un impegno e la propria capacità di autoanalisi per comprendere quali sono le modalità di apprendimento privilegiate (ad esempio se ho un’intelligenza cinestetica cercherò di iscrivermi alle attività che utilizzano questa chiave). Infine il venerdì è il giorno della metacognizione, durante il quale dalla bacheca vengono raccolti tutti i propri foglietti e si procede alla compilazione del diario di bordo.

Ma oggi è ancora giovedì e dovrete aspettare un giorno per conoscerlo…

 

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Emily Mignanelli

perchè abbiamo eliminato le sedie dalla nostra scuola

Durante la mia ricerca in India, ho riflettuto moltissimo sull’utilizzo delle sedie nelle nostre scuole.

In caso non lo sappiate in India, a scuola come a casa, l’abitudine è quella di stare seduti a terra, nella classica posizione a loto, in caso siate occidentali a tulipano, con le ginocchia in bocca e le articolazioni urlanti.

Quella che all’inizio può sembrare una tortura evitabile e incomprensibile, lentamente mi ha mostrato delle ricchezze inaspettate e mi ha portato a chiedermi il perché da noi vengano utilizzate le sedie.

No, davvero. Pensateci seriamente e trovatemi almeno 5 valide motivazioni per le quali usiamo le sedie.

Per tenere la schiena dritta? Per essere isolati dal freddo che viene dal pavimento? Per ricordarci che siamo esseri al di sopra degli insetti? Per coltivare scoliosi e sostenere la categoria dei fisioterapisti e massaggiatori? Per controllare? Per imporre la staticità?

Forse per tutte, o forse per nessuna di queste. Fatto sta che io non ho trovato valide motivazioni alla loro presenza.

Al contrario in India, ho trovato numerose buone ragioni per stare a terra.

Se avete l’idea di bambini indiani che a scuola fanno yoga con incensi accesi e Buddha giganti sornioni fate subito piazza pulita dello stereotipo. Quello che ho scoperto in India è che lo yoga è nella vita quotidiana, stare a terra è un esercizio yogico quotidiano.

Stare a terra impone al corpo silenziosamente e perfettamente la posizione con la schiena dritta, e la mia impressione è che l’allineamento della schiena porta con sé un allineamento dei pensieri. Maggiore è la centratura del corpo e maggiore sarà quella della psiche. Questo non l’ho letto da nessuna parte, ma l’ho percepito e l’ho visto nei bambini e nei maestri indiani.

Inoltre stare a terra asseconda in maniera più armonica il movimento naturale dei bambini. Aldilà che osservandoli noterete come evitano sedie e tavoli, stare a terra permette loro di fare molti movimenti senza rischiare di cadere, mettere alla prova il sistema nervoso della maestra o sentirsi in trappola e paradossalmente, più si muovono più mantengono la concentrazione.

Ed ultima, ma non per importanza, la logistica. Avere dei cuscini da spostare piuttosto che delle sedie è tutta un’altra storia… Pensate a dover spostare ogni volta che si vuol fare un’attività tutte le sedie e i tavoli di una classe, pensate alla confusione che provoca ma soprattutto lo scompiglio e la possibilità che il mobilio accatastato provochi slavine scolastiche.

Con i tavoli bassi e i cuscini il gioco è molto semplice, una pila di tavoli che non raggiungerà mai il soffitto e cuscini tra loro come farcitura.

E siccome le buone idee hanno scarso valore se non diventano pratiche, da quest’anno abbiamo tolto sedie, tavoli e banchi.

Grazie al lavoro estivo di un papà, ora a Casa Azzurra (il ramo di primaria e secondaria di primo grado di Serendipità) trovate solo tavoli bassi.

Ai cuscini ci hanno pensato i bambini, è bastata un’ora e quello che era un würstel di ovatta in men che non si dica è diventato un cuscino personalizzato.

E voi cosa aspettate? Armatevi di sega e iscrivetevi al fronte di liberazione delle sedie e dei tavoli. Segate gli zampi e liberate una sedia di fronte ad un tramonto.

L’infanzia ve ne sarà grata, la vostra schiena anche …

 

 

Da scuola libertaria a scuola-comunità dinamica. Il varo della nuova nave.

“Se ci stacchiamo da qualcosa che alla lunga rappresenta un peso piuttosto che un aiuto ad andare avanti, poi saremo pronti ad aprirci all’essenziale, a ciò che conta. Sebbene a volte, dall’esterno, questa possa sembrare una perdita, con il tempo finirà per rivelarsi un guadagno per noi e per altri.”

Bert Hellinger

 

5 anni fa, all’interno dell’associazione Lilliput nacque un’esperienza di scuola libertaria.

Così la definivamo. All’epoca ci sembrava il miglior modo di veicolare linguisticamente il nostro obiettivo educativo, quello della liberazione del bambino dalle catene di una didattica tradizionale, di una pedagogia adultocentrica, di uno sguardo troppo spesso schivo nei suoi confronti.

L’educazione libertaria semplicemente ci sembrava l’approccio pedagogico più affine a ciò che sentivamo e perseguivamo.

 

Poi 2 anni fa sono partita per un viaggio, poichè sentivo il bisogno di un confronto ampio e immersivo, sentivo la necessità di uscire dal progetto per tornare con occhi disincantati e più lucidi, con occhi liberi dalla paura e dall’orgoglio, per scoprire se quello che stavamo facendo era la miglior cosa che potessimo fare per i bambini.

Dopo 6 mesi e decine di scuole visitate, di centinaia di ore spese a riflettere, di migliaia di passi alla ricerca delle giuste domande all’improvviso la risposta è emersa senza sforzo, senza fatica, come una conchiglia sputata fuori dal mare ed io ero lì, a riva pronta ad accoglierla.

Libertaria, Montessoriana, Steineriana, Reggiana. Ho imparato presto l’odore stantio dei metodi ritriti, del tentativo disperato di mettere in atto risposte date in passato a problemi passati, senza considerare il presente. L’avevo imparato eppure ci ero cascata, e quando cadi in una trappola ideologica rischi di difendere l’indifendibile.

E allora ho deciso di cambiar rotta.

Il tesoro che cerchiamo è lo stesso ma ora seguiamo una nuova rotta.

Abbiamo lasciato al porto la barca dove ognuno sceglie sempre cosa fare, dove vige la regola del “fai ciò che vuoi”.

La nuova nave è una “scuola-comunità” dinamica, un nome pensato e studiato a lungo, dove ciascuna parola è stata soppesata e ha passato il test della ragione, del cuore, della speranza e della poesia.

La parola scuola è per riappropriarci di questa definizione e per ricordare a chi ci lavora che abbiamo sempre un ruolo ed una responsabilità verso l’istruzione dei bambini che ci vengono affidati. In noi è molto forte la frase di Don Milani che dice che ogni bambino che esce dalla scuola senza istruzione è come un passerotto senza ali. E allora quelle ali che ogni pulcino possiede, cercheremo di renderle robuste e vigorose, senza cadere nella trappola del “dover essere” e della prestazione.

La parola comunità è per i bambini, per ricordar loro che il principio non è “faccio sempre quello che mi pare perché la cosa più importante è ciò che desidero”, ma “sono all’interno di una comunità e le mie scelte hanno sempre un peso sugli altri, in positivo e in negativo”.

La parola dinamica è per il mondo esterno per sottolineare il fatto che il nostro approccio è in continuo movimento, che non abbiamo giurato fedeltà a nessun metodo ma solo ai bambini. Che siamo pronti a muoverci tra ideologie e pensieri nel momento in cui quelle che consideriamo certezze vengono contraddette dall’esperienza. Inoltre dinamica è anche un sinonimo di relazione e vogliamo comunicare l’attenzione che poniamo verso l’osservazione delle dinamiche tra persone, tra adulti, tra sistemi familiari.

 

E allora eccoci qua.

Serendipità si è rinnovata, ha una nuova veste e noi non vediamo l’ora di mostrarvela.

Seguendo l’eredità di Freinet, condivideremo con tutti voi le tecniche che abbiamo creato, che scopriremo e inventeremo.

Pezzo dopo pezzo, vi mostreremo e racconteremo di ogni legno, di ogni vela, di ogni corda che tengono insieme la nuova imbarcazione.

Anche se le nostre navi sono diverse, sono certa che il viaggio è lo stesso.

Buona navigazione a tutte care maestre.

Che il mare ci sostenga.

 

 

Emily Mignanelli

La persona più coraggiosa che ho conosciuto era un bambino

La persona più coraggiosa che ho conosciuto era un bambino.
Non aveva paura di vivere.
Non aveva paura di dire la verità.
Non aveva paura di gettarsi in una zuffa.
Non aveva paura di sporcarsi.
Non aveva paura di correre sotto la pioggia, di baciare rane, di ferirsi e di piangere.
Non aveva paura di dire vagina, né sesso.
Non aveva paura di fare domande che fanno paura.
Non aveva paura del giudizio degli altri.
Non aveva paura di dire che i tuoi baci puzzano di saliva e che il tuo profumo sa di schifo.
Non aveva paura di correre fino a quando il cuore sembra schizzarti fuori dal petto.
Non aveva paura di dire ti amo, ti odio invece non lo usava quasi mai.
La persona più coraggiosa che ho conosciuto era un bambino e mi sono sentita tanto piccola di fronte a lui.
L’ho visto salutare quando gli altri piangevano disperati per un addio.
L’ho visto tornare a casa tutti i giorni, là, dove la mamma lo umilia e il papà lo picchia.
L’ho visto nascere, stritolato tra le ossa della madre, senza urlare, senza lamentarsi, senza pregare per l’epidurale.
L’ho visto amare chi non lo capisce.
L’ho visto lottare per i propri diritti, pestando i piedi, lanciando oggetti e scalciando.
L’ho visto guardare sotto il letto dove credeva esserci un mostro.
L’ho visto perdonare dove si sarebbe condannato e denunciare dove la vergogna avrebbe fatto calare un omertoso silenzio.
L’ho visto scalare sedie e tavoli per farsi vedere.
La persona più coraggiosa che ho conosciuto era un bambino ed io mi sono sentita piccola e vile.
Non riuscirei mai ad amare chi mi punisce.
Non riuscirei mai a perdonare chi mi chiama cretina e buona a nulla.
Non riuscirei mai a sedere 5 ore ad un tavolo accettando di non alzarmi neanche per mangiare.
Non riuscirei mai a spogliarmi nuda durante una cena e a ridere dello stupore e dell’imbarazzo suscitati in tutti i commensali.
Non riuscirei mai a guardare la persona che amo negli occhi e a chiederle che ne sarà di noi quando uno dei due morirà.
Non riuscirei mai a rimanere più ad esser coraggiosa come un bambino.
Ma posso scegliere ogni giorno di tentare di esserlo.
Domani ad esempio potrei uscire a cercare ragni in giardino e chiedere al vicino perché non fa mai uscire suo figlio.
Oppure potrei dire al mio capo che non può umiliarmi e che non può decidere della mia vita.
Dopodomani potrei andare da mia madre e mio padre e dir loro che ormai sono adulta e che possono anche smetterla di dirmi cosa fare e quando farlo.
E se magari imparo bene ad esser coraggiosa come un bambino potrei tra un mese scegliere di fare quello che mi piace per un giorno intero, fregandomene dei compiti.
E tra due mesi potrei persino riuscire a regalare tutti le cose che non uso più alla prima persona che incontro.
Tra un anno arriverei perfino a lasciare chi mi maltratta e se tutto va bene tra due anni avrò il coraggio di essere del tutto me stessa, di dire sempre quello che penso, di agire secondo un’etica personale che trascende i pregiudizi collettivi e se tutto, ma proprio tutto filerà liscio tra 3 anni il mio coraggio mi permetterà di mangiarmi una caccola e forse, scoprire che non era poi così male.
La persona più coraggiosa che ho conosciuto era un bambino, e qualche volta mangiava anche le sue caccole, con sommo piacere !