Il reddito di cittadinanza noi a scuola lo avevamo già. Pedagogia, economia e cittadinanza attiva, ecco perchè abbiamo una moneta interna

Questi sono giorni caldi per la nazione e per il tanto atteso reddito di cittadinanza.

Ma noi a scuola l’avevamo già introdotto ed ora proveremo a spiegarvi il perché e il come lo abbiamo fatto.

Intanto partiamo dal presupposto che la scuola sia la palestra sociale per eccellenza che in età evolutiva prepara gli individui ai meccanismi della futura società che li attende.

Nelle riflessioni che mi hanno guidata questi anni, mi sono imbattuta nell’ambito economico e sulla possibilità di creare a scuola degli step graduali per passare dalla dipendenza all’indipendenza economica. L’autonomia richiede esercizio, riflessione, consapevolezza e sostegno e credo che la scuola possa far qualcosa a proposito per sostenere i ragazzi in crescita.

I continenti sono la nostra moneta, il loro valore è inversamente proporzionale allo sviluppo socio-economico. Così a valer di più sono l’Antartide e l’Africa e a valer di meno  l’Europa.

I bambini appena entrano a scuola ricevono un reddito di cittadinanza, con questo possono : acquistare il materiale di cartolibreria nel negozio della scuola, comprare i pasti, andare in gita, affittare degli spazi.

Eh sì, la scuola ha un negozio, gestito dal tesoriere della settimana. Nel negozio è possibile trovare matite, penne, gomme, quaderni e tutto ciò che serve in una scuola. Nessun bambino deve portare nulla da casa, sono abolite le liste dei materiali da portare a scuola e ed è bandito lo spreco. Perché se un bambino deve provvedere al materiale pondera bene gli acquisti e si rende conto da solo che non servono 5 matite, 3 gomme, 4 penne, 60 colori. Solitamente basta una gomma, un temperino,una matita e un quaderno per materia. Questa manovra l’abbiamo messa in campo anche per arginare la mancanza di cura che notavamo nei bambini rispetto ai loro oggetti personali. A nulla valevano le mille etichette che pazienti genitori la sera attaccavano su tutto rischiando la miopia, ogni giorno la scatola del materiale disperso era sempre piena mentre ora nessuno dimentica più nulla in giro.

I soldi a scuola si fanno lavorando, attraverso lavori comunitari di due tipologie: quelli volontari e quelli su nomina. Tra quelli volontari alcuni esempi sono: fare le lavatrici e stendere il bucato, servizio in cucina, spazzare, fare pulizia campo, scrivere recensioni per la biblioteca della scuola, fare lezioni ai bambini più piccoli. Quelli su nomina vengono passati tra i bambini ogni venerdì, e sono:

  • il nostromo: responsabile delle pulizie;
  • il musicista: sarebbe il dj, gestisce la musica nella sala comune durante i momenti liberi;
  • il botanico: annaffia le piante;
  • il bibliotecario: sistema i libri, sceglie i consigli della settimana e controlla che vengano trattati con cura;
  • la vedetta: il responsabile della bandiera che viene issata il lunedì;
  • il tesoriere: gestisce i soldi, gli stipendi e ha la chiave del negozio;

Per tutti i ruoli e compiti è previsto uno stipendio.

Poi ci sono gli affitti. Spesso i bambini amano trasformare spazi pubblici in privati, tipo un albero, un angolo del giardino, un pianerottolo poco frequentato. A noi come scuola questo va bene, ma sentivamo il bisogno di una regolarizzazione. E così abbiamo messo a disposizione degli spazi pubblici variando il piano regolatore della scuola e abbiamo firmato i primi due contratti di affitto, con tanto di documentazione, regolamento, firme, canone da pagare e scadenze. I bambini fanno pagare una quota di ingresso per sostenere le spese e la cosa divertente è che, quelli che erano club super esclusivi, ora, per sostenersi economicamente, permettono l’accesso a tutti e quello che sembrerebbe un freddo calcolo matematico si sta rivelando uno strumento di aggregazione e conoscenza reciproca molto interessante.

La scuola è come se fosse un gioco da tavolo gigante, manca solo vicolo corto e parco della vittoria, le carte degli imprevisti e le oche di legno che saltellano da una casella all’altra.

Scopi di questa strategia sono:

  •  riportare il denaro alla sua funzione originaria, ossia strumento. Noi viviamo in una società in cui il denaro da strumento è diventato fine, da mezzo di scambio è diventato oggetto di accumulo e desiderio di averne sempre più. Dinamica che allontana l’uomo dalla ricerca spirituale e di crescita personale, spingendolo a volte verso comportamenti poco etici e onesti. A scuola questa dinamica sarebbe inutile, nessuno se ne fa nulla di mille antartidi più degli altri, perché tutto quello che serve può essere raggiunto con molto meno.
  • attribuire un valore al proprio tempo, alle proprie energie e al proprio lavoro. Questo non ce lo insegnano a scuola e invece dovrebbero. Nessuno ci ha spiegato quanto la nostra vita sia preziosa, il calcolo del valore non dovrebbe esser fatto sui soldi ma sul nostro tempo. Ciò che dovremmo inseguire non è il reddito, ma una buona qualità di vita che solitamente, per riflesso spontaneo, genera situazioni virtuose che permettono di guadagnare e sopravvivere dignitosamente.
  • entrare in un’ottica comunitaria dove nessuno è schiavo di nessuno, i compiti vengono suddivisi e c’è rispetto reciproco. Lo scorso anno avevamo introdotto i compiti comunitari, non c’era ancora la moneta interna e venivano eseguiti a turno dai bambini e come una spada di Damocle ogni giorno l’onere cascava in testa a qualcuno. Ora nessuno è più obbligato, ma semplicemente riconoscendone il valore, molti sono i volontari. Ci sono stati giorni in cui abbiamo gentilmente chiesto di smetterla di spazzare..

Alcuni dettagli sono: tutti i lavori hanno lo stesso peso all’incirca, non c’è una sproporzione come nella società in cui viviamo. Ossia non ci sono lavori in cui, per la stessa quantità di tempo, guadagni 1 o 1000. C’è equità e pari dignità lavorativa. I soldi vengono gestiti dai bambini e a loro viene data fiducia cieca, nessun adulto controlla che rubino o sottraggano articoli dal negozio. Quando la fiducia viene riconosciuta gli individui la corrispondono sempre nelle azioni.

Giunti a questo punto, qualcuno penserà che questo gioco in realtà si chiami “l’allegro capitalista” e a questa obiezione rispondo che la perversione e la connotazione negativa che abbiamo associato noi adulti ai soldi per fortuna non è la stessa che hanno i bambini, i quali sono molto più lucidi di noi.

I bambini i soldi li usano per vivere, per mangiare, per comprare quaderni e stop. Non c’è nessuna corsa all’eccesso. Molti bambini hanno creato società, mettono insieme i loro soldi e si aiutano a vicenda. Aneddoto divertente è che sono stati organizzati dei matrimoni e sono stati regalati dei continenti durante la festa post-cerimonia.

Ma la cosa più bella a mio avviso è che svolgere dei lavori per guadagnare ha permesso a i bambini di uscire dalla pesantezza che può derivare dall’essere obbligati a sistemare perché è il proprio turno e spesso aiutano senza voler nessuna ricompensa e sono molto più propensi a dare una mano e impegnarsi.

Ovviamente questa è una sperimentazione, e come tutte le tecniche giovani è sottoposta ad osservazioni, revisioni e modifiche.

La condividiamo volentieri con tutti voi, perchè possa esser di spunto per tante altre realtà ed esperienze educative. Noi siamo piccoli ma pensate come sarebbe bello se, in una grande scuola statale con centinaia di bambini, ci fosse un grande negozio simile con tanto di scaffali, magazzino, commessi e turni.

Immagino una scuola che educhi al lavoro, che prepari i bambini alla vita futura, che li aiuti a percepire il proprio valore, a riconoscere l’importanza del riconoscersi, a comprendere che nessuno di noi è in vendita, che il lavoro è utile all’uomo e che i soldi sono uno strumento e non che l’uomo è lo strumento utile al lavoro per accumulare soldi.

Io ci credo.

Le parole hanno valore solo se accompagnate da gesti, da atti trasformativi.

Questo è uno dei nostri, piccolo, ma pur sempre un gesto.

 

 

 

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